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STRABARRIERE È UNO
SPAZIO ONLINE
   INDIPENDENTE,
 NATO CON UN INTENTO
PURAMENTE INFORMATIVO, 
  SPECIALIZZATO IN
CONTENUTI RIGUARDANTI
    LE PERIFERIE di
  TORINO

PERCHE
STRABARRIERE?

Partiamo da un problema di cartografia. Torino, è noto, ha una pianta a scacchiera: la geometria ortogonale delle sue strade, dovuta alle caratteristiche dell’originario castrum romano, è alla base tanto dell’annoiata ripetitività nelle indicazioni dei torinesi, quanto del loro proverbiale disorientamento nel visitare altre città. Basta aprire una mappa per rendersene conto. Eppure, almeno un cerchio interseca questa perfetta organizzazione, lungo l’andamento di corso Novara, corso Svizzera e corso Bramante. Là, nell’Ottocento, sorgeva il muro.

Oltre erano le borgate industriali, organizzate intorno a una chiesa o a una cascina, poi a una fabbrica. Qui erano quotidianamente prodotti beni di consumo di ogni tipo, che viaggiavano indisturbati verso la futura prima capitale d’Italia; agli operai che li producevano, tuttavia, l’accesso in città era consentito solo dietro il pagamento di una tassa doganale, richiesta al momento del passaggio attraverso i varchi nel muro. «Barriere» erano detti questi varchi; «barriere» furono poi chiamate metonimicamente tutte le borgate esterne. Le proteste di chi chiedeva il riconoscimento di cittadino torinese, comunque, portarono intanto allo spostamento della cinta (1849), e al suo definitivo abbattimento (1912). Poco importa: quel muro, se non fisicamente, continua a esistere nell’universo politico, economico e sociale della città.

Lo spazio di «strabarriere» è interamente dedicato a raccontare ciò che cresce nei quartieri oltre la cinta. Nel farlo, si ispira a un’esperienza storica: l’interesse per le periferie fu già di un gruppo di giovani intellettuali torinesi riuniti attorno a Cesare Pavese che, rifiutando la scelta tra i due fascismi complementari delle scuole letterarie degli anni Trenta (Strapaese e Stracittà), si diedero provocatoriamente il nome di Strabarriera. L’ingombrante modello di quella generazione, poi schiacciata dal regime o dalle direttive del PCI, non è ovviamente replicabile. Noi, per nostro conto, riprendiamo quel nome ponendo l’accento sul senso del prefisso «stra» (fuori, al di là) e soprattutto sulla scelta del plurale, che rispecchia tanto la ricca diversità della nostra redazione quanto l’intenzione di includere, sulle nostre pagine virtuali, il racconto di qualsiasi periferia, sia essa topografica, sociale o esistenziale.

Va finalmente chiarito che cosa intendiamo con il termine «periferia». Non un luogo da ripulire dal disagio, come nelle narrazioni delle destre, né come un problema da risolvere dall’alto o un bacino elettorale da sfruttare, come è abitudine di PD e 5Stelle. A qualsiasi latitudine, «periferia» è soprattutto marginalizzazione forzata e subordinazione a poteri lontani (istituzionali, economici, criminali), che hanno tutto l’interesse a innalzare muri e mantenere lo status quo. Non solo. Sappiamo anche che, ai margini, si trova la parte più consistente, più viva e innovatrice di qualsiasi comunità. E «strabarriere» è uno strumento, aperto a tutti, attraverso il quale raccontarla.

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